MAI DIRE “SONO MALATO”…

Cosa ho imparato dalla mia esperienza di malato?
- il dirmi "sono malato", mi deprime, mi porta in uno stato energetico basso!
- la malattia è una etichetta, che la diagnosi attribuisce al paziente.
- Roberto Assaggioli recita: "io non sono il mio corpo", "io non sono i miei pensieri".
Proviamo ad argomentare ciò che è la mia esperienza.
1. Dire "sono malato"
Sembra una semplice constatazione clinica, ma da un punto di vista psicologico, filosofico e persino esoterico, ha un peso molto più profondo. Considero questa frase sbagliata perché:
É una trappola identitaria (tramite l'utilizzo del verbo "essere" con la parola "sono").
Quando dico "sono malato", sto usando il verbo essere in senso identitario, questo trasforma la condizione di malattia in una caratteristica intrinseca della mia identità, tendenzialmente per sempre, come dire sono un insegnante, un falegname, un commercialista o un idiota.
- l'errore: si annida sul fatto che considero uno "status" e non in un momento/periodo di fragilità (seppur permanente), facendo diventare io stesso la malattia. Se portiamo all'estremo questa considerazione neppure la morte è per sempre!
- l'alternativa: ho iniziato a dirmi "ho un'infiammazione nella testa" o "il mio corpo sta gestendo un sintomo e reagendo" o "ho mal di testa significa che la situazione è in evoluzione". Così ho separato il mio "Io" dal problema, permettendomi di osservarlo e di studiarlo con maggior distacco, osservando attentamente le alternative.
2. Dare un nome alla malattia il potere del linguaggio
Il cervello registra tutto costantemente ciò che sentiamo e diciamo. Le emozioni sono il trasduttore in entrata ed uscita di questo dialogo verso l'interno e verso l'esterno. Quando una persona, specie se questa ha un ruolo o peso nella nostra vita, ci attribuisce un'etichetta, il cervello la ripete, come nel caso: "sono malato"! Nel mentre che ascoltiamo l'informazione e ci identifichiamo in essa si attivano un set di comportamenti e risposte biochimiche automatiche legate alla passività, gli ormoni energetici si deprimono al solo ascoltare o sentire, anche come dialogo interno perché il linguaggio, confermato da psicologia e neuroscienze, è forma e sostanza.
- effetto nocebo: se mi convinco di essere "malato", il mio corpo reagisce aumentando la percezione del dolore o la stanchezza o qualsiasi sintomatologia viene esasperata, controllata, monitorata generando stress da over osservazione! Al contempo sto dando il permesso tramite l'inconscio di "spegnermi". Oggettivamente delle volte siamo talmente stanchi e demotivati che vorremmo spegnerci.
- il mantra: come nell'immagine che ho creato con AI, dev'essere "NON SONO MALATO" e "NON SONO LA MALATTIA" , questa ripetizione aiuta la mente a ricordare che la mia essenza è sana, anche se una parte del corpo è in riparazione o irrimediabilmente danneggiata. La parte più importante di me è integra e intoccabile! (vedasi punto 3)
La parola "malato" spesso porta con sé l'idea di qualcuno che subisce. Chi "è malato" aspetta che qualcuno lo guarisca. Chi "sta affrontando una sfida fisica" è un soggetto attivo nel suo processo di recupero.
3. La visione metafisica: idee-forma e "Forma Pensiero"
Per accettare il processo qui descritto, dobbiamo ammettere che esistono almeno 3 piani di esistenza: il primo fisico, il secondo emozionale e il terzo metafisico/spirituale. In ambito metafisico e spirituale, la malattia è la soluzione che il corpo adotta a seguito di un trauma emozionale generatosi nel nostro passato o nel passato dei nostri antenati o per aver vissuto in un contesto non idoneo. Si parla spesso in questi casi di epigenetica.
L'esperimento: Odore e Paura nei topolini
Molte ricerche convergono sulla migrazione delle informazioni. Riporto una famosa ricerca condotta da Kerry Ressler e Brian Dias (all'epoca presso la Emory University), pubblicato nel 2013 sulla rivista Nature Neuroscience (Dias, B. G., & Ressler, K. J. (2014). Parental olfactory experience influences behavior and neural structure in subsequent generations. Nature Neuroscience, 17(1), 89–96). Gli studi sull'epigenetica transgenerazionale sono spesso legati anche a nomi di ricercatrici come Isabelle Mansuy (che lavora su temi simili a Zurigo), ma l'esperimento specifico dei "topolini e il profumo di ciliegio" è farina del sacco del team di Ressler e Dias.
I ricercatori hanno addestrato dei topi maschi a temere l'odore dell'acetofenone, una sostanza chimica che ha un profumo simile ai fiori di ciliegio o alle mandorle.
- Il Metodo: ogni volta che i topi sentivano l'odore, ricevevano una piccola scossa elettrica.
- Il Risultato: in breve tempo, i topi associavano il profumo al dolore, mostrando segni di stress e ansia al solo percepire la fragranza.
La trasmissione alle generazioni successive
La vera scoperta shock avvenne osservando la prole di questi topi (generazioni F1 e F2):
- Reazione istintiva: i figli e i nipoti, che non avevano mai incontrato i padri né erano mai stati esposti all'acetofenone o alle scosse, mostravano una reazione di paura e ipersensibilità non appena sentivano l'odore di ciliegio.
- Cambiamenti strutturali: Il cervello dei discendenti presentava un numero maggiore di neuroni dedicati alla ricezione di quell'odore specifico nel bulbo olfattivo.
- Epigenetica: I ricercatori hanno scoperto che il DNA nello sperma del padre aveva subito delle modifiche chimiche (metilazione) che "istruivano" il cervello dei figli a essere terrorizzati da quel particolare stimolo.
Perché è così importante?
Questo studio ha fornito una prova scientifica tangibile di come i traumi e le esperienze ambientali possano lasciare una "firma" biologica capace di scavalcare le generazioni. In pratica, non ereditiamo solo il colore degli occhi, ma potenzialmente anche le "memorie" biologiche dei pericoli affrontati dai nostri antenati.
I mondi metafisico/spirituale anche definibili come mondi sottili mi comunicano cosa sta avvenendo dentro e fuori di noi stessi. Il principio base di questi mondi è che tutto, veramente Tutto, è vibrazione ed in particolare le parole. Le parole, il timbro, il tono sono vibrazioni generate e che creano forme pensiero. Dirmi pertanto "sono malato" è come nutrire un'entità che si aggancia al mio campo energetico; essere resilienti verso il fuoco (la malattia/la prova) che bussa alla nostra porta è un segnale tangibile che dobbiamo imparare a modulare. A tal riguardo in molti ci hanno lavorato, porto qui l'esperienza di una persona come Roberto Assagioli, il fondatore della Psicosintesi. É riuscito a trasformare questa intuizione in una vera e propria tecnica scientifica chiamata Esercizio di disidentificazione. Il cuore del suo insegnamento è che noi siamo dominati da tutto ciò con cui la nostra personalità si identifica. Se dico "sono malato", mi rendo schiavo di quella condizione. Per staccarmene devo:
A. accettare il corpo come strumento
Assagioli insegnava a recitare:
"Io ho un corpo, ma non sono il mio corpo."
Il corpo è considerato un veicolo, come un'auto. Se l'auto ha un guasto al motore, non diciamo "io sono rotto", ma "la mia auto ha un guasto". Trattare il corpo come uno strumento prezioso ma distinto dall'Io profondo permette di prendersene cura senza farsi travolgere dall'ansia o dal dolore. Allenamento, focalizzazione e pazienza ne sono i cardini.
B. praticare la disidentificazione dai sentimenti e dai pensieri
Assagioli andava oltre il fisico. Il mantra completo include:
- "Io ho dei sentimenti, ma non sono i miei sentimenti" (non sono la mia tristezza o la mia paura).
- "Io ho una mente, ma non sono la mia mente" (non sono i miei pensieri ossessivi sulla salute).
Questo è un esercizio di presenza, nessuno a scuola ci insegna questa dote fondamentale per affrontare la Vita. La presenza o l'assenza contraddistingue lo stato dell'essere, anche quando abbiamo momenti di follia, disperazione o tristezza totali, parimenti quando godiamo di attimi di gioia o di assenza di dolore. Una pace, un ristoro. "Stare", saper dire "Sì, é così", "Così è". Il Grande SI che Bert Hellinger ha evocato più volte e così difficile da mantenere quando siamo nel mezzo della tormenta o della tempesta!
C. considerare l'Io come Centro (il Sole)
L'obiettivo è arrivare a percepire l'Io come un centro di coscienza pura e di volontà nel nostro cuore. In altri articoli ho parlato e ne parlerò ancora di come nello scontro del XVII secolo tra Newton e Leibniz abbiamo perso qualcosa. L'IO é un punto di luce immobile che osserva le nuvole (malattie, emozioni, pensieri, il fluire del tempo e gli avvenimenti) passare nel cielo. Ciò che resta dopo una Vita è il sentiero percorso, le persone incontrate e cosa abbiamo suscitato in loro: odio, rabbia, passione, amore... poi anche questo passerà! Solo alcune persone sono rimaste nella storia non certo per quello che sono realmente state, ma per come sono state narrate.
Se il "malato immaginario" di Molière avesse conosciuto Assagioli, forse avrebbe capito che la sua sofferenza non derivava dai sintomi, ma dal fatto che il suo intero Io era "incastrato" nell'idea di malattia.
In sintesi
Ciò che possiamo realmente fare non è una negazione della realtà (se ho la febbre, ho la febbre!), ma una scelta di posizionamento. È la differenza tra essere il cielo (che resta sempre lì) e l'essere il temporale (che sta solo passando).
PS. anche Gurdjieff incitava chi voleva intraprendere la IV^ Via ad osservare i propri automatismi in modo distaccato e oggettivo: disindentificandosi da essi, la disindentificazione dalla malattia è il più difficile di tutti, sapendo che della malattia, tutti, prima o poi, ne facciamo esperienza.

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